Rispetto a quanto dichiarato poco tempo fa non sono riuscito ancora a dedicarmi alle rubriche da me ideate. Prometto di risolvere questo problema nelle prossime settimane.
Solitamente cerco di affrontare un argomento alla volta ma questa volta ho deciso di recuperare il tempo perduto gettando molta carne al fuoco.
Vorrei parlare dei due avvenimenti che in larga parte hanno monopolizzato l'informazione negli ultimi giorni: la situazione in Libia e la tsunami in Giappone.
La guerra con la Libia è ormai iniziata. Nei prossimi giorni sentiremo un mare di opinioni, a favore o contro, che inonderanno televisioni e giornali. Le conseguenze di tale conflitto sono imprevedibili e le sui implicazioni sul piano umanitario e internazionale sono uno scenario in continuo divenire.
Vista la vastità e complessità dell'argomento vorrei, in questo post, esaminare un aspetto molto specifico: quello della mancanza di alternative, quello del petrolio libico.
E' per questo motivo che vorrei partire con una domanda chiave: perché in Libia le cose si sono svolte in maniera differente rispetto a Egitto e Tunisia?
Le ragioni sono molte ma probabilmente la preponderante sta nelle relazioni di potere tra il regime di Gheddafi e la comunità internazionale. Per Luttwak là dove i regimi sono sostenuti dal governo americano, come l'Egitto, quando il popolo insorge il dittatore non può sparare sulla folla. Ma laddove il tiranno non è sostenuto dagli USA (almeno non apparentemente) il tiranno è libero di reprimere le rivolte. Andando oltre l'analisi del politologo americano, quello che è certo che difronte alla repressione la comunità internazionale ha dimostrato comunque tutta la sua fragilità.
Penso sia utile vedere cosa c'è alla base dello scontro tra Gheddafi e i ribelli. E' innegabile che le rivolte siano state innescate da quello che accadeva nel resto del continente, ma sono divampate anche perché il ricco patrimonio petrolifero del paese è servito ad arricchire solo una parte molto limitata della popolazione mentre al contrario il resto del popolo libico non ha avuto alcuna possibilità di crescita.
Eccolo qui il nodo centrale, il petrolio. E' intorno a questa risorsa che i destini della Libia e del medio oriente si plasmano. L'occidente ne ha bisogno per far funzionare le proprie economie dipendenti dai combustibili fossili e il medio oriente ne ha bisogno per mantenere i propri guadagni.
L'occidente, ma quale occidente?
Sicuramente Europa occidentale e Stati Uniti, perché Russia e Cina almeno apparentemente risultano autosufficienti anche se va ricordato che alcune imprese di estrazione in Libia erano cinesi e che molti dei profughi fermi alle frontiere sono del Bangladesh o del Vietnam. Proprio Russia e Cina sono state le meno celeri a condannare Gheddafi. Quello che i governi occidentali e i gruppi egemoni europei e americani guardano con maggiore preoccupazione non è di certo il dramma umanitario ma al contrario il rischio di uno shock petrolifero che diventerebbe reale in caso di sommosse in Arabia Saudita. La paura viene quindi rilevata dal contraccolpo sui sistemi produttivi delle economie.
Ma perché c'è questa paura?
Difficile rispondere in modo esaustivo e soddisfacente. Sicuramente però la risposta più immediata e più semplice è che non ci sono alternative al petrolio! Dalla crisi petrolifera del 1973 non sono stati presi provvedimenti in nessuna direzione, nessun paese ha avviato processi di ridefinizione delle politiche industriali volti a diminuire la dipendenza dai combustibili fossili. Quello che tutti i paesi hanno fatto è stato quello di de-strutturare il mercato del lavoro per abbattere i costi dell'azienda. Senza valutare la possibilità di creare alternative valide.
E' in questo punto che si comprende come la crisi in Libia sia una delle finestra dalla quale guardare per vedere la staticità della sfera industriale mondiale. Perché se le bandiere della mondializzazione e della flessibilità hanno capeggiato la revisione dei processi industriali, nei fatti gli elementi strutturali della produzione sono rimasti immutati.
E' in questa staticità che si coglie il legame tra Libia e Giappone. E' un legame indiretto ma che bene esemplifica la mancanza di alternative. Il disastro nucleare conseguenza del terremoto è la dimostrazione dell'eccessiva fiducia che si ripone su questa fonte energetica. Il razionamento energetico conseguente allo stop degli impianti è il sintomo evidente dell'eccessiva dipendenza energetica dall'atomo. Anche in questo caso nei decenni successivi a Černobyl non si sono cercate alternative, si è solo provveduto a lavorare sulla sicurezza delle centrali, sicurezza non sufficiente.
Lodevole sono le dichiarazioni della Merkel: "chiuderemo 6 degli impianti più vecchi" ma vorrei chiedere al cancelliere tedesco quali sono le alternative immediate alla mancata produzione energetica delle sei centrali.
In tutto questo l’Italia che fa? Poco spaventata, attraverso il suo governo dichiara che il programma nucleare continua! In questo momento non vorrei addentrarmi in questo complesso argomento che anzi spero di poter trattare in futuro ma credo sia comunque doverosa una piccola considerazione o meglio una domanda che rivolgo ai lettori?
Perché continuare ad insistere sul nucleare invece che concentrarsi su energie rinnovabili e su educazione al consumo? Quali interessi sono in gioco?
Ecco che, seppur in modo limitato e fazioso, il petrolio libico e il nucleare giapponese diventano lo specchio del modo, uno specchio che restituisce un immagine di immobilità e mancanza di alternative.
Non c'è speranza quindi?
Sicuramente la situazione non è incoraggiante, ma c'è qualche piccolo sogno utopico sul quale è bello contare, la promessa che ha fatto il governo Danese di abbandonare l'uso dei combustibili fossili entro il 2050.
Questo post più che essere esaustivo vuole essere una base per riflessioni future. Vuole essere una scaletta che orienti le prossime discussioni.
Rapporti di forza tra gli stati, la questione nucleare, la guerra in Libia e la questione energetica nonché produttiva.
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