Scrivere questo post non è una cosa semplice. Molti sono i pensieri che affollano la mia mente. Lo scrivo, non tanto come encomio, ma piuttosto come cartina di tornasole per comprendere meglio, non solo ciò che ci circonda, ma anche quello che è successo.
Non conoscevo Matteo Miotto. Come non conoscevo Manuel Fiorito o Luca Polsinelli e molti altri (35 per l'esattezza nel solo Afghanistan). Al di fuori delle proprie famiglie e dei propri compagni nessuno li conosceva davvero.
Matteo Miotto era nato a Thiene 24 anni. Ma giovane, ha trovato la morte il 31 dicembre del 2010. Nell'anno che finisce finisce anche la vita di un giovane alpino. Matteo è stato ucciso nella base di Buji nel distretto di Gulistan nella provincia di Farah.
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Era un alpino e molti in queste ore si sono impossessati di questo simbolo e della sua morte per i propri fini. Probabilmente con un piccolissimo sforzo intellettuale tutti avrebbero compreso che la sua storia e la sua memoria appartengono più alla sua famiglia che all'Italia intera. Gli stralci di interviste fatte a Matteo e mostrate in televisione sono ormai consumante merci di propaganda che quasi snaturano le parole del giovane.Facendo parte della sua stessa regione ed avendo anch'io parenti alpini, ben comprendo l'attaccamento e la fascinazione che aveva per la penna nera. Molto probabilmente Matteo era ricco di quel ardore ingenuo ma vitale che permea tutte le ragazze e i ragazzi della sua età, come nel caso di chi scrive.Le motivazioni che stanno alla base della sua decisione di andare in Afghanistan non si possono certo rinchiudere nella naturale incoscienza giovanile. Hanno radici sicuramente molto più profonde ed articolate, delle quali l'incoscienza è l'aspetto maggiormente visibile ma non per questo più significativo. Credo sia importante stabilire che ci sono gli uomini e c'è la guerra. E' queste due entità si scontrano da secoli. Sono sicuro e convinto della buona fede di Matteo e sono sicuro che in lui, come in molti altri compagni, lo spirito guerrafondaio non ci sia o comunque sia molto sopito.
La realtà dei fatti, ammesso che possa essere analizzata con chiarezza, è però un altra ed è che lo stato Italiano è impegnato in una guerra di conquista, in una missione di pace con fucili e mezzi corazzati.Le autorità ed i politican(t)i che in questi giorni abusano dell'immagine di Matteo distorcono la realtà facendo un uso sapiente e gelatinioso delle parole. Missione di pace è una di quelle parole che io amo definire "parola contenitore" al suo interno ci possono essere innumerevoli significati tanti quanti quelli che necessitano ai vari scopi politici. Dicono pace per non dire conquista. E' dal 2001 (dieci anni) che le truppe occidentali sparano e uccidono in Afghanistan. E' vero che nei vari pattugliamenti le truppe italiane portano cibo nei villaggi (come raccontato da Matteo nelle sue lettere) ma non è molto diverso da quello che facevano le truppe americane durante la seconda guerra mondiale nell'Italia centrale. Solo che sessant'anni fa non si usava la parola pace vicino a movimenti di truppe e bombardamenti.
Cos'è cambiato nel frattempo? e che fine ha fatto l'articolo 11 della nostra costituzione?
Difficile rispondere a questa domanda in un solo post, sicuramente gli equilibri socio-politici dopo l'89 non sono più gli stessi e sicuramente il legame con gli Stati Uniti è ancora molto forte.
Certo è che le affermazioni del senatore U. Bossi suonano più come beffa che come rassicurazione; "...se gli americani non fossero andati lì (Afghanistan n.d.r.), avremmo il terrorismo in tutta Europa.." questa frase apre scenari complessi e ampi sui quali spero di tornare in futuro ma che, in riferimento al nostro post, spiega chiaramente come la politica, non solo italiana, sia stata abile nel costruire il nemico. Costruirlo come entità pericolosa ma subdola, a tal punto che non sia direttamente identificabile con la popolazione afghana e che quindi sia da eliminare non solo per noi ma anche per loro arrivando a completare l’inganno: "Andiamo in Afghanistan per difenderci dal terrorismo e portare la pace alla popolazione"La verità è che se le potenze occidentali sono in Afghanistan non è certo per difendersi dal terrorismo è per una semplice questione di egemonia sulla quale torneremo in futuro.
Matteo è stato uno dei tanti ingranaggi di questo complesso macchinario di morte e inganno che avvelena il mondo post-moderno. Molti accusano i soldati in Afghanistan di essere dei mercenari, parola che molti di loro e che lo stesso Matteo hanno respinto con forza e indignazione. La carica dispregiativa della parola mercenario è innegabile, ma purtroppo è reale e appropriata. Matteo e le nostre truppe sono uno stuolo di mercenari. Voglio usare questo termine depurato da tutti gli influssi dispregiativi che vengono sfruttati per scopi meramente politici. Ma lo utilizzo proprio perché il moderno esercito italiano non è lo stesso del nonno di Matteo. Noi ventenni abbiamo sentito praticamente tutti, le storie dei nostri nonni e di come siano tornati dalla Russia o dalla Grecia. Ma quegli alpini e quegli uomini vennero mandati in Russia senza nessuna alternativa, alternativa che Matteo aveva, ma che non ha sfruttato. Ogni qual volta che un soldato italiano muore vengono recuperati dal cassetto dell'oblio termini come patria, alpini, onore, eroismo. Vengono spolverati e appesi ai funerali per oliare i meccanismi di quella macchina mortale che avvelena i paesi invasi e che, con il sangue dei soldati, soddisfa la sete di potere dei gruppi dominanti.
Matteo è infondo una vittima del nostro tempo. Non è solo il cecchino talebano ad averlo ucciso, è l'ignoranza di chi non legge i giornali, di chi crede che in fondo se nessuno mi disturba va tutto bene, di chi ha perso quel ardore ingenuo ma vitale che in molti casi poteva nutrire un senso critico che oggi probabilmente avrebbe salvato Matteo dalla sua infausta scelta.
Perché infondo i nostri militari se sono mercenari sono anche uomini che possono sbagliare.
Ciao Alberto! Buon 2011!
RispondiEliminaHo appena concluso la lettura del tuo post. Trovo i tuoi scritti altamente stimolanti, perchè sono rivelatori di una cultura, e quindi di un approccio ai problemi del moderno, diversa dalla mia: una cultura sociologica, mentre la mia è soprattutto una cultura letteraria e filosofica. Mentre io infatti nel mio articolo ho interpretato la guerra come un necessario corollario di un preciso sistema politico ed economico, che è poi il capitalismo contemporaneo, tu hai evidenziato abilmente un'altra possibile quanto complementare prospettiva: quella sociologica della costruzione del nemico che, ammetto, mi ha impressionato molto.
Sono ora ancor più convinto del fatto che cultura sociologica, letteraria e filosofica debbano ritrovarsi nella mente e nel cuore di chi, come ogni onesto giornalista, si prefigga di raccontare il mondo e di capirlo, così come anche nella mente e nel cuore di ogni semplice libero pensatore.
Scrivi ancora, dunque, che ancora ti leggerò più che volentieri.
Alessandro.